Per secoli … Collestrada è stata la sede di un’importantissima attività assistenziale e produttiva, prima come lebbrosario, istituito e gestito dal Comune di Perugia e dopo, a seguito del trasferimento dei suoi beni all’Ospedale di Santa Maria Della Misericordia di Perugia, nel 1524, come patrimonio produttivo del grande ospedale cittadino, che lo ha tenuto fino agli anni Ottanta del secolo scorso. A fianco della porta d’ingresso del borgo, incastonata sul muro sopra il monumento ai caduti, è ancora ben visibile una delle pietre scolpite con il trigramma della Misericordia, ovvero il simbolo dell’Ospedale perugino che è formato da tre lettere sormontate da una croce; le tre lettere sono una D, una M e una E più piccola, a significare Domus Misericordiae

L’ultimo “fattore” dell’Ospedale di Perugia che non solo nacque e visse al borgo medievale di Collestrada, ma vi lavorò tutta la vita, fu Renato Vagnetti.          Nell’intervista rilasciata in occasione della “Festa Grossa” del 2010 lo stesso racconta che  l’Ospedale, o meglio gli Ospedali Riuniti e Opera Pia Incurabili, possedeva molte terre  non solo a Collestrada ma anche a Cannara, Bastia, Ospedalicchio, Boneggio ed altrove. I terreni erano suddivisi in vocaboli gestiti dai contadini: Forabosco primo, Forabosco secondo, Santa Croce, Fornace, Cipresso, Belvedere, Canonica, Castello primo, Castello secondo, Crocifisso primo e Crocifisso secondo, Santa Marta, Orto di Colle, Selva, San Francesco, Tevere, Casella Tevere, Palazzone, Sant’Antonio primo, Sant’Antonio secondo, Ranco primo, Ranco secondo, 1895, Palombaro primo, Palombaro secondo, Casa Nuova (Pagliaccia), Madonna di Campagna (Bastia), Giglio primo e Giglio secondo sulla salita di San Girolamo. I contadini che coltivavano le terre dell’Ospedale e che vi allevavano gli animali erano legati a questa istituzione da un contratto di mezzadria: una metà del prodotto restava al contadino e una metà andava per il fabbisogno dell’Ospedale. Con l’avvento del  cosiddetto “tre per cento” (Legge 4 agosto 1948 n. 1094) la situazione sembrò migliorare: il contadino riceveva il 53 per cento sul prodotto lordo vendibile e il 47 spettava alla parte padronale. Per Pasqua e per Natale i contadini avevano l’”obbligo” di portare polli e uova all’Ospedale. Nella grande cantina di cui ci parla Renato Vagnetti, da noi oggi chiamata “Cantinone”, durante la seconda metà del XX secolo si poteva produrre fino a  2000  barili di vino con le uve provenienti per la maggior parte dalle vigne dei contadini. I coloni che non avevano l’attrezzatura per la pigiatura e la fermentazione, portavano l’uva con carri trainati dai buoi direttamente alla cantina all’interno delle mura del borgo. L’uva veniva poi lavorata in quello che è oggi il piano terra di un appartamento proprio sopra al Cantinone, dove c’erano 8 canali, gli strettoi e tutta la strumentazione necessaria. Nella prima fase la pigiatura avveniva con i piedi, poi si procedeva con gli strettoi ed il mosto ottenuto era convogliato, con tutto un sistema di canaline, al piano seminterrato sottostante, cioè al Cantinone stesso dove finiva in enormi botti di legno e di cemento per la fermentazione.  In queste terre l’azienda ospedaliera, oltre al vino, produceva grano, mais, girasole, barbabietole, pomodori e quant’altro, impiegando, sebbene solo stagionalmente, anche molte donne. Molto importante era anche l’allevamento dei bovini con una produzione annuale di circa 200 torelli e 40 vaccine da riproduzione. L’Ospedale era anche proprietario di un vivaio collocato dirimpetto al cimitero.  Lo stesso bosco di Colle, frequentato come zona di caccia da importanti autorità e personalità cittadine, faceva parte delle proprietà dell’Ospedale che ne regolava il taglio e lo sfruttamento.

A seguire la trascrizione di brani dell’intervista di cui sopra:

“… Tutto dipendeva dall’Ospedale…Ospedali Riuniti e Opera Pia Incurabili … c’era poca attrezzatura, ma erano tanti i poderi, non c’era solo Collestrada, … si produceva grano, mais, girasole … il vino se rimetteva per l’ospedale  la parte padronale, c’era la cantina di lì [il Cantinone n.d.a]…c’era la rimessa per 2000 barili de vino, tutto il fabbisogno de l’ospedale … il povero babbo era cantiniere … c’erano i canali, se pigiava l’uva, parecchi contadini vinificavano di qui poi se divideva il mosto…era tutta roba dei contadini, non ce n’avevamo tanta [di uva n.d.r] … l’uva raccolta la portavano coi buoi…c’era una scalinata per anda’ sul canale sopra [attuale appartamento  sopra il Cantinone n.d.r] … dove ce son quelle finestre … quelle lì…sopra sopra c’era l’abitazione, c’abitava l’affittuario, e sotto c’erano sti canali, otto canali coi strettoji, era tutto organizzato…l’uva un po’ se pigiava coi piedi, un po’ co lo strettojo…certo c’era l lavoro… e i contadini in parte, chi c’aveva l’attrezzatura facevano a casa loro e in parte la portavon di qui e se divideva il mosto…i magazzini eron di là…da la chiesa a veni’ qua eran tutti magazzini … c’era l molino pe i mangimi, se allevavano 200 torelli a l’anno per il fabbisogno per l’ospedale…presso i contadini…c’erano anche 40 vaccine da riproduzione … se arrivava a trebbiare fino di là da Perugia, a Boneggio … c’erano altri 13 contadini … le famiglie eron numerose … ognuno c’aveva l suo vocabolo. I vocaboli erano: Forabosco primo, Forabosco secondo, Santa Croce, Fornace, Cipresso, Belvedere, Canonica, Castello primo, Castello secondo, Crocifisso primo e Crocifisso secondo, Santa Marta, Orto di Colle, Selva, San Francesco, Tevere, Casella Tevere, Palazzone, Sant’Antonio primo, Sant’Antonio secondo, Ranco primo, Ranco secondo, 1895, Palombaro primo, Palombaro secondo, Casa Nuova (Pagliaccia), Madonna di Campagna (Bastia), Giglio primo e Giglio secondo sulla salita di San Girolamo…il vivajo c’erano gli operagli…quando era tempo dei pomodori, delle barbabietole, c’erano tante donne, c’era da corre, c’era da corre, specialmente l periodo de la trebbiatura, io me alzavo a le tre e ritornavo a le 11 a casa e a le 3 n’altra volta… l grano se tagliava, prima prima tutto a mano, venivano i mietitori da Gubbio … se metteva una falciatrice attaccata ad un paio di vacche e a mano se facevano i covoni, i barchetti chiamati erano dei fasci non tanti grandi…poi la trebbiatura su l’aja, c’era la macchina…la paglia andava sul pagliaio, la pula andava da un’altra parte e l grano andava sui sacchi…per Pasqua i contadini portavano i polli, le uova, andava tutto su a l’Ospedale, era un obbligo per Pasqua e Natale…i contadini  allevavano il bestiame e se divideva, dopo gli hanno dato quel famoso 3 per cento ai contadini, se divideva e ai contadini se dava il 3 per cento … la prima conquista dei contadini … erano 100 quintali? 50 per uno, ma poi je dovevano dà  il tre per cento sulla parte del padrone quindi andavano 53 al contadino e 47 andavano al padrone e noi tutto al mulino de Mignini se portava…. ma i contadini sono stati un po’ trascurati allora … su l’aja se ballava … io ero il presidente della Sezione Combattenti e la signora Calzoni ce dava l’Osteria … l ospedale c’aveva anche il bosco, 40 ettari de bosco, l versante di qua era del conte Baglioni, l versante di qua era de l’Ospedale…c’era l taglio ogni tanti anni … è bellissimo l bosco, non è pericoloso, c’enno i funghi … ero amante dei funghi, me ricordo che quando andavo a caccia ne riportavo certe [buste n.d.a], ero amante de caccia io … certo c’era anche la caccia de le palombe, ce veniva il prefetto, il vice prefetto, gli Angelini, tutte ste persone [importanti n.d.a] …” 

Dopo gli anni Ottanta del XX secolo le terre e le strutture che nel 1524 erano passate dalla proprietà del Comune di Perugia a quella dell’Ospedale, tornano di nuovo sotto la proprietà del primo.